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Artico - Microplastiche in un crostaceo

27 Luglio 2020

L’inquinamento delle microplastiche è diffuso a livello globale tanto quanto lo è l’utilizzo delle materie plastiche. Le caratteristiche dei polimeri plastici che ne hanno decretato il successo (ad esempio la malleabilità, la durata, la resistenza alla corrosione, la versatilità nell’impiego, ecc.) sono le stesse che ne determinano la pericolosità a livello ambientale. Infatti, l’ubiquità e la persistenza delle materie plastiche rappresentano un pericolo per l’ambiente e per gli organismi. Si parla di plastic debris sin dagli anni ’70, ma il termine microplastiche entra nel lessico comune solo nel 2004, grazie al Professor Richard Thompson. Nel gennaio 2019 L’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (European Chemical Agency, ECHA) ha dato una definizione precisa delle microplastiche e ne ha definito il range dimensionale. Le microplastiche possono essere particelle, ma anche fibre, poiché molti tessuti sintetici, come il nylon o il poliestere, sono dei polimeri plastici.
 
Sono state osservate microplastiche negli oceani, nelle acque dolci, nei suoli, nei sedimenti, nelle acque potabili, e anche nelle aree polari. Nel lavoro pubblicato su Environmental Research, i ricercatori dell’Enea, dell’Università La Sapienza e dell’Istituto di Scienze Polari (CNR-ISP) hanno osservato la presenza di microplastiche ingerite da Gammarus setosus (Amphipoda), un crostaceo diffuso nelle Isole Svalbard e in altre aree dell’Artico.
 
Le microplastiche ingerite dal G. setosus sono state studiate con tecniche specifiche di colorazione e tramite spettroscopia infrarossa (Micro-FTIR). Le particelle di plastica ritrovate all’interno degli organismi analizzati avevano dimensioni comprese tra i 3 e i 370 µm (milionesimi di metro).
 
In relazione alle loro dimensioni, queste particelle e/o fibre possono essere scambiate come particelle di cibo ed essere ingerite da diverse specie animali, in primis da micro- e macro-invertebrati, come il G. setosus. L’ingestione di queste particelle può provocare danni all’apparato intestinale, pseudosazietà e anche accumulo all’interno dell’organismo. In questo modo entrano nella rete trofica e possono arrivare nell’intestino di pesci ed uccelli che si nutrono direttamente di questi crostacei o che si nutrono di prede che mangiano questi crostacei. Inoltre, le microplastiche possono essere vettori di diversi inquinanti inorganici ed organici, ma possono anche essere vettori di virus e altri patogeni. Considerata l’abbondante popolazione di questi organismi, il rischio di trasferimento di microplastiche lungo la rete alimentare fino ad arrivare all’uomo è rilevante.
 
Organismi come il G. setosus possono rappresentare degli ottimi bioindicatori per studiare in maniera approfondita la reale contaminazione da microplastiche ed il rischio che rappresentano per l’ambiente e la salute umana. Infatti, l’utilizzo di bioindicatori aiuterà non soltanto a comprendere il trasferimento delle microplastiche lungo la rete trofica, ma anche a valutare gli effetti tossici legati all’ingestione delle microplastiche e degli inquinanti adsorbiti su di esse.

(Fabiana Corami CNR-ISP) (Foto di Valentina Iannili - ENEA e Vittorio Pasquali - Sapienza-RM)

Comunicato stampa CNR